venerdì 29 dicembre 2017
martedì 5 dicembre 2017
IL VISCHIO pianta sacra di buon augurio per l'anno nuovo.
Nel
passaggio rituale dall'anno vecchio al nuovo, tra gli addobbi
festosi nelle nostre case non dovrebbe mai mancare un ramo di
lucente vischio, segno della vita che continua.
'Viscum
album',
un miracolo della natura che spicca nei boschi invernali, sui rami
spogli, come un verde decoro impreziosito dai tondeggianti chicchi
lunari argentei o dorati a seconda dell'albero su cui si adagia:
meli, peri, abeti,roveri, querce che supportano questo
particolarissimo parassita, anzi semiparassita perché non si nutre
solo di linfa ma anche di clorofilla.
Tradizione
vuole che lu vesc
o visc
(in
occitano e in piemontese) dispensi fortuna, sicuro traghettatore
senza scossoni e guai, dal passato al futuro. Le credenze popolari
attribuiscono infatti alle umide bacche del vischio la capacità di
creare legami duraturi grazie alla collosità dei loro umori che, per
analogia, farebbero da collante nei rapporti
interpersonali...rendendoli indissolubili per almeno un anno
intero!
Pianta
aerea e solstiziale per eccellenza, evocativa di antichi riti solari,
veniva considerata, come tutti i sempreverdi, simbolo
dell'immortalità e della perpetua rigenerazione, doni che l'umanità
scaramanticamente ha sempre vagheggiato nei momenti di cambiamento.
Ritenuto un dono degli dei poiché, non avendo radici a terra, la sua
origine appariva misteriosa e quindi celeste, si credeva che il
vischio fosse originato dal fulmine e quindi ne possedesse le
proprietà di 'fuoco
divino',
mito studiato dall'antropologo J. Frazer nel suo libro più
importante 'IL
RAMO D'ORO'.
Adorato dalle popolazioni gallico-celtiche, in
particolare il vischio quercino venne eletto a panacea di ogni male.
Già Plinio il vecchio ci racconta come gli antichi sacerdoti celti,
i Druidi abbigliati di lino bianco, ne ritualizzassero la raccolta e
per preservarne tutta la magia facevano uso di strumenti preziosi
color del sole, falcetti e bacili d'oro, e non lasciavano cadere i
rami a terra, ma su un candido lenzuolo disteso, per proteggere il
vischio e mantenerlo incontaminato.
Una pia tradizione
cristiana narra che originariamente il vischio sarebbe stato un
albero vero e proprio ma poiché il suo legno venne usato per la
Croce della Passione di Gesù perse le qualità della specie e si
ridusse alla inferiore condizione 'vampiresca' di pianta senza radici
in terra.
A poco a poco venne
poi reintrodotto in Chiesa come segno di pietà e di tolleranza
universale, e si tentò anche di coltivarlo a scopi erboristici. Le
indicazioni terapeutiche più rilevanti riguardano il suo uso
ipotensivo e diuretico, grazie alle proprietà vasodilatatrici
naturali capaci di abbassare la pressione arteriosa e favorire il
circolo.
In Valle Roja,
incantevole sito tra i più antichi d'Europa che unisce le Alpi
Occidentali al mare, la natura selvaggia offre ancora la possibilità
di raccogliere o almeno di vedere sugli alberi il vischio ormai quasi
ovunque protetto. Si tratta infatti di un infestante, ma non per
questo meno prezioso, diffuso nei luoghi più incontaminati e quindi
sempre più introvabile. Come coltivarlo o farlo crescere è impresa
non facile, visto che la sua riproduzione naturale avviene ad opera
degli uccelli, soprattutto dei tordi ghiotti di queste bacche, che
trasportando i semi da un ramo all'altro danno l'avvio allo sviluppo
delle nuove piantine.
E
che dire del bacio degli innamorati sotto il vischio? Questa dolce
ritualità pare si sia diffusa a partire dall'Inghilterra dei Tudor e
degli Stuart. Ma l'augurio più intenso per il brindisi di Capodanno
ci viene, ancora una volta, dalla Provenza. E' lo scrittore Frédéric
Mistral, con un richiamo ai valori della vita secondo la saggezza
popolare, che ci ha tramandato questo augurio.
“Diéu
nous fague la gràci de/vèire l'an que vèn,/ E se nous sian pas
mai, que/noun fuguen pas men”.
mercoledì 22 novembre 2017
L'ALCHECHENGIO, un lanternino acceso nell'orto di fine estate.
I colori della collina autunnale ci compensano della lenta ma continua
riduzione della luce solare diurna ed è un' incredibile sorpresa,
ogni anno come un regalo inatteso, quando nell'orto di campagna e
lungo la piccola siepe del muretto di casa, in mezzo al fogliame già
cadente, cominciano a spiccare intensamente quei lanternini di un
bell'arancio vivo che ci restituiscono l'illusione dell'estate piena
anziché agli sgoccioli.
Sono
gli straordinari frutti dell'Alchechengio
o Alicacabo
(l'halikakabos descritto da Dioscoride) o
Chichingero,
dall'arabo al-kakang
o lanterna cinese.
Physalis Alkekengi
nella dizione scientifica,
'fusalis' ovvero
'bolla' o 'vescica'
che, proprio in attinenza alla forma ma soprattutto alle sue
proprietà, viene anche denominata Vescicaria,
indicata nella medicina naturale proprio come depurativo delle vie
urinarie, soprattutto per chi soffre di gotta, renella o calcoli
renali, nonché come antiossidante e fonte di vitamine.
E'
una Solanacea,
come il pomodoro e la patata, ma la sua unica parte commestibile è
la bacca autunnale, piccola, tonda e lucida, di colore intenso,
avvolta nell'involucro a palloncino cui si confà il delizioso
termine francese di 'amour-encage'
ovvero 'amore in gabbia'.
Anche nota per la sua forma come ciliegia d'inverno,
cérèy'so d'amour,
cérèy'so dis
jusioous (Mistral) e,
sempre in Provenza,
'érbo di serp'.
Forse quest'ultima in riferimento alla sua radice rizomatosa che
striscia sotto terra con grande vigore propagando la pianta di anno
in anno.
Il
fiorellino bianco e poco appariscente, spesso confuso con quello
della fragola, sboccia tra primavera e estate a seconda
dell'altitudine. Ma il culmine dell'esuberanza di questa pianta molto
decorativa si esprime proprio in ottobre quando le bacche colorate,
racchiuse nel lampioncino cartaceo rosso-arancio, evocano
un'incredibile festa di luce esorcizzando l'arrivo dei mesi più bui.
Come
sostengono la Cromologia
o psicologia del colore, nonchè la Cromoterapia,
già nota fin dagli antichi Egizi per la cura di alcuni disturbi
psicosomatici attraverso applicazioni di luce colorata, le tonalità
calde dei rossi, gialli o aranciati, stimolano emozioni che aumentano
la tonicità dell'organismo. Migliorano infatti l'attività muscolare
e quella circolatoria, regolatrici di pressione sanguigna, frequenza
cardiaca e respiratoria, con un
buon incremento dell'energia
vitale, proprio quella che in autunno tende invece normalmente a
regredire all'unisono con il letargo della natura.
Molto
usati come decorazioni ornamentali nelle ricorrenze di Hallowen e un
po' più in là nelle festività natalizie per la vivacità del loro
colore benaugurale, i Palloncini,
altro nome con cui sono conosciuti gli alchechengi, se essiccati a
testa in giù e privati delle foglie durano per lungo tempo e
regalano a mazzi e composizioni un tocco di stile.
Apprezzati
dagli artisti li troviamo in molti quadri che raffigurano 'Nature
morte'. Il pittore
viennese Egon Schiele, tra i principali esponenti
dell'espressionismo, accostò un ramo di alchechengi al suo volto,
forse una metafora, nel celebre ed inquietante 'Autoritratto' del
1912.
In
Francia al momento della vendemmia si preparava, con le stesse
modalità del vino d'uva, un vino
d'Alchechengi dal
gusto gradevole e dalle comprovate proprietà diuretiche.
Il
sapore delle bacche ricchissime di vitamina C (ne
contengono circa il doppio del limone), a
metà tra quello dei lamponi e degli agrumi, non
sempre è gradito perché un po' aspro quando i piccoli frutti non
sono ancora del tutto maturi. Diventa invece una prelibatezza in
abbinamento con il cioccolato fondente.
Il
procedimento, piuttosto semplice, consente persino il 'fai
da te' casalingo. Per
servire uno squisito dessert si può scegliere di intingere
direttamente i piccoli frutti a ciliegina nel cioccolato già
precedentemente sciolto (un po' come per la bagna
cauda è
meglio se si fa in compagnia) tenendoli per il calice risvoltato in
su in modo da non scottarsi.
Oppure,
raffreddati, trasformarli in deliziosi dolcetti al cioccolato da
disporre su un piatto a mo' di
bon bon in vista
delle festività di fine anno. Sublime per chi ama gusti esotici e
sapori insoliti.
mercoledì 5 luglio 2017
LAVANDA, la Spighetta di San Giovanni
Lavanda
è il nome di una pianta ma è anche il nome di un colore e di un
profumo. Un tris di attributi perfettamente integrati nel
fiore
'lavando o levando, labando, lauandro, alebandro, bondo, bounto'
(occitano-provenzale
di Mistral), tipico della Provenza che, per tutta l'estate, ci regala
larghe distese di un particolare blu-violetto cui si sono ispirati
artisti come Cézanne, Matisse, Gauguin, Van Gogh.
Fiorisce
tra giugno e luglio azzurrando il paesaggio con il suo intenso colore
che par d'essere là dove è mappata la
Route de la lavande, un
itinerario
da favola tra antichi borghi provenzali, un imbattibile target
culturale e turistico. Messo a rischio anni fa da una malattia che
aggredì alcune specie del lavandin,
ibrido
naturale tra
L.angustifolia ( espic) e L.latifolia
(badafa,
coltivato
a partire dagli anni '30 per la sua resistenza agli sbalzi climatici
e per la ricchezza di oli essenziali) causando danni non soltanto
economici ma paesaggistici a questa straordinaria terra di luce e
fragranze, culla madre della lavanda di qui diffusasi in tutto il
bacino del Mediterraneo e successivamente nell'Est d'Europa fino alla
Tasmania e poi in Canada.
Lavandula
angustifolia
o officinalis,
la labiata di origine mediterranea, è di casa anche nelle nostre
meravigliose valli cuneesi dove cresce spontanea fino e molto oltre i
mille metri (1800 nelle Cozie). Comune nelle Alpi Liguri (resa
celebre da uno spot radiofonico degli anni '60 che reclamizzava la
'Coldinava
...vicino
alle stelle'),
naturalizzatasi poi anche in Val Gesso in quei terreni più esposti
al sole, ha trovato una vera e propria rinascita, tra le nuove
colture, a Andonno e in altri territori del Parco Naturale Alpi
Marittime dove, nei secoli scorsi, era una risorsa economica per
molte famiglie che festeggiavano il momento del raccolto in agosto
(in occitano “Ai
temp d'l'izòp”).
Dal Piemonte la lavanda confluiva poi a Grasse, capitale dei profumi,
dove si recava gran parte della popolazione partendo dalle nostre
povere vallate per trovar lavoro come mano d'opera, soprattutto nell'
agricoltura.
La coltura della lavanda, riproposta da un po' d'anni in
Alta Langa a Sale San Giovanni, nel periodo della fioritura crea un
paesaggio evocativo: terra chiara e fiori blu, del tutto simile a una
piccola Provenza piemontese.
La
suggestione persiste anche perché il nome popolare della pianta,
detta
Spighetta di San Giovanni
per la tipica
forma raggruppata delle sue minuscole infiorescenze che spiccano su
fusti eretti tra le foglie lineari e cinerine, ricorda il Santo delle
Erbe. E' infatti tra le principali aromatiche per l’Acqua
di San Giovanni
insieme a rosmarino, iperico, ruta, artemisia, salvia, verbena,
mentuccia e tutte quante le buone
erbe che
si raccolgono, in concomitanza con il loro tempo balsamico, nel
periodo solstiziale estivo.
Il folclore vuole che questa magica pozione si prepari
la notte antecedente la festività del 24 giugno, mettendo a macero
i vegetali raccolti in luoghi incontaminati, disposti in un bacile
colmo di acqua sorgiva, all'aperto. L'esposizione alla luna e alla
rugiada del mattino, secondo l'antica tradizione alchemica
arricchirebbe l'acqua di quei benefici straordinari principi
posseduti da erbe e fiori in quel preciso momento dell'anno,
tramutandola in un potente lavacro per dar splendore e salute alla
pelle e scaramanticamente offrire un anno d'amore e felicità a chi
ne faccia uso.
Pianta
dal temperamento generoso, rispettosa nei confronti della flora che
la circonda, la rustica e spartana lavanda si accontenta di terreni
poveri e sassosi, di poca acqua, e si espande moderatamente in modo
da non soffocare le esigenze vitali delle altre specie circostanti.
Un esempio di sobrietà che la natura ci offre a modello per quella
'decrescita felice'
di cui si teorizza in questi anni di crisi economica e non solo.
Splendida mellifera, il suo aroma eccezionale attrae le
api che producono uno tra i mieli più pregiati, dal gusto delicato
utile rimedio per mal di gola e stress.
Nel
nord dell'Algeria le donne cantavano“Salute
Lavanda”
perché si credeva che questo fiore le avrebbe protette contro i
maltrattamenti dei mariti (A.Cattabiani), mentre le sposine timorose
e immature, impaurite da prestazioni sessuali rozze o indesiderate,
contavano sull'effetto rilassante e anti-panico delle spighette
profumate che nascondevano sotto i cuscini. Forse anche per questi
effetti sedativi le nostre nonne amavano immensamente la sua
inconfondibile fragranza? Verrebbe da sorridere se i tremendi episodi
che ci propone la cronaca ogni giorno non facessero rivalutare questa
virtuosa essenza raccomandata per squilibri e disturbi nervosi come
'malinconia,
nevrastenia, irritabilità, spasmi e insonnie'
(J.Valnet), superficialmente e genericamente liquidati in passato
come 'crisi
di tristezza delle donne'.
Simbolo
di purezza e verginità, tante e preziose sono le acclarate proprietà
analgesiche e antisettiche della Lavandula
(nome
scientifico dal gerundio latino di 'lavare')
a ribadire le qualità detergenti di fiori e foglie che, essiccate in
sacchettini d’organza negli armadi di casa e nei cassetti, quando
ancora la chimica non aveva preso il sopravvento, conferivano un
lieve profumo agreste alla biancheria, lenzuola e asciugamani,
preservandola dalle tarme.
Assai
pregiati il sapone alla lavanda e l'Esprìt
de lavando, qualche
goccia
su
un fazzoletto di lino o cotone, in caso di lievi malori, stress, o
per tener lontani raffreddori e mal di testa.
Potente
antisettico per la pulizia della pelle, la disinfezione e contro le
punture di insetti, è indicata dal dott.Valnet, tra i massimi
esperti mondiali di Fitoterapia, per più di una ventina di disturbi
e affezioni che riguardano le vie respiratorie quali
asma,
pertosse,
bronchite, influenza, ecc.,
per le quali rappresenta una vera panacea.
Da
sottolineare anche le proprietà antivenefiche ben note nella
tradizione dei cacciatori alpini che,
quando
i loro cani venivano morsi dalle vipere, stropicciavano un po' di
lavanda tra le dita e la strofinavano sugli animali neutralizzando in
tal modo il veleno.
In
cucina, sull'onda della
'green philosophie'
che rivaluta il genuino e naturale,
è tornata alla ribalta per dolci da forno, biscotti e brioches, o
per profumare piatti di salumi o altri cui dona un tocco di soavità.
Gli usi
magici della lavanda, come si faceva in
passato, riguardano le intrinseche proprietà, attribuite alla
pianta, di allontanare malocchio
e streghe, ai cui
malefici si cercava di sottrarre soprattutto i bambini, nonché
all'acclarato potere di allungare la vita a chi
'regolarmente l'annusasse' (S. Cunnigham).
dall'ebook 'A San Giovanni tutte le erbe sono sante'
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venerdì 30 giugno 2017
Sale San Giovanni
lunedì 26 giugno 2017
ERBO DE SAN JAN
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Hypericum perforatum |
Fra le numerose piante dedicate al santo Giovanni Battista, ne abbiamo contate all'incirca una trentina cui vengono riconosciute proprietà benefiche o addirittura terapeutiche, la primogenitura spetta al dorato Iperico, perenne originario dell'arcipelago britannico noto come St.John's wort che è infatti, per antonomasia, l'Erba di San Giovanni o Erbo de San Jan.
La
fioritura di solito inizia da metà giugno, quando il sole all'apice
del ciclo annuale irradia tutta la sua potenza energetica su erbe e
fiori il cui tempo balsamico coincide con il solstizio, e per tutta
l'estate brilla di un giallo fulgido sprigionando, anche in penombra
e nelle notti di luna, una lucentezza che sembra catturata ai raggi
dell'astro solare.
In
tutta Europa e nelle regioni mediterranee ha un habitat molto esteso:
nelle nostre valli, dalle Alpi al mare, cresce spontaneamente negli
incolti e lungo strade o sterrati, in boscaglie e zone ruderali cui
conferisce un tocco di solarità.
Il
suo nome scientifico Hypericum perforatum si richiama
all'impressione, se guardato controluce, che le foglie siano
bucherellate, peculiarità dovuta alle innumerevoli gocce di olio
essenziale contenuto sotto l'epidermide. Anche in occitano a seconda
delle parlate, è noto per queste stesse caratteristiche come
milepertùs o millepertuì, trafourèllo. il péric, l'èrba
pertusaa.
Cacciadiavoli,
scacciadiavoli e chassa-diablé, dal medioevale
'fugademonum', diciture
anch'esse note nella tradizione popolare, si riferiscono soprattutto
alle qualità intrinseche della pianta che contiene un pigmento rosso
l'ipericina cui sono riconosciute proprietà antidepressive superiori
a quelle di più noti farmaci di sintesi. Ed è probabile che
stabilizzando il tono dell'umore ed aiutando così ad affrontare i
problemi della vita quotidiana con meno ansia e maggior serenità,
l'iperico ha meritato già nei tempi addietro il titolo di pianta
che tiene lontani malinconie e guai. I maggiori dei quali, nella
civiltà contadina di un tempo, erano costituiti da malattie, morte
del bestiame, tempeste, ecc.
Di
qui l'uso magico e apotropaico della pianta in virtù della quale
venivano fugati i 'demoni o diavoli' e le varie energie negative
derivanti da ipocondrie e paranoie legate alle paure incontrollabili.
Nella notte di San Giovanni durante le feste popolari coloro che
saltavano i falò si cingevano la fronte per assicurarsi
scaramanticamente l'incolumità dal fuoco e, successivamente, le
fronde venivano buttate sui tetti e sugli usci delle case contadine
per esorcizzare incendi e fulmini.
Di
recente l'iperico è stato riconsiderato, nella farmacopea ufficiale,
anche per le sue qualità antivirali oltre che antibatteriche e
antinfiammatorie, ed è stato impiegato come rimedio sperimentale
addirittura nella sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS).
Dall'ipericina,
che sgorga come sangue dai fiori triturati richiamando l' immaginario
mistico del martirio di San Giovanni e di altre ritualità sacre
precristiane, si ottiene anche l'olio rosso noto rimedio fitoterapico
per la cura di bruciature, dolori muscolari e slogature.
La
preparazione di questo linimento, fra i più efficaci dei prodotti
naturali, si ottiene esponendo al sole un barattolo di vetro
contenente le sommità fiorite immerse in olio d'oliva o di
girasole, quest'ultimo molto ricco di vitamina E assai utile per la
pelle, solitamente per quaranta giorni fintanto che l'olio non si
tinga del tipico color mattone caratteristico del principio attivo.
L'erboristeria magica vuole che i fiori per quest'olio debbano esser
presi a mezzogiorno del 24 giugno, festa di San Giovanni, mentre per
gli altri usi l'erba va raccolta prima del sorgere del sole nella
notte precedente il celebre 'midsummer day' degli anglosassoni, in
cui realtà e sogno si confondono come ci racconta Shakespeare.
Più
concretamente in Provenza i contadini si recavano in campagna
all'alba della festività per portare tutte le erbe aromatiche e
commestibili di primo mattino sul mercato di Marsiglia dove venivano
venduti tra le primizie.
Secondo
altre credenze popolari i mazzetti con le erbe di San Giovanni
costituivano, per le donne nubili, una pratica rituale: ponendo uno
di questi amuleti sotto il cuscino la sera della festa si potevano
ottenere presagi, il mattino successivo, sul proprio futuro
familiare e amoroso. Di solito la composizione era fatta con nove
erbe tra cui non doveva mai mancare l'iperico che nel Vocabolario
dell'amore significa '
oblio dei tormenti della vita'.
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Le Erbe di San Giovanni
Oltre al dorato Iperico che è
l’Erba di San Giovanni per antonomasia, sono attribuite al Santo
del solstizio l’Artemisia, figlia di Artemide, divinità
femminile, o Corona di San Giovanni, più nota con il nome di
Assenzio comune o volgare. Si trova lungo i margini dei sentieri e
delle rovine – molto diffusa fra i ruderi di Triora, nel Ponente
ligure – viene usato per un liquore digestivo detto ‘vino
d’assenzio’.
L’Asparago di bosco o Rosa
di San Giovanni, che alla germinazione primaverile ci procura
gustosi piatti di rossi “asparagi montani” selvatici e,a partire da
giugno, impreziosisce con spolverini bianco-gialli i solitamente
scuri sottoboschi. Le sue proprietà principali sono espettoranti e
febbrifughe.
L’Edera terrestre o Cinghia
di San Giovanni si raccoglie per combattere d’inverno
i malanni dei bronchi.
il Ribes rosso, noto anche come
le Bacche di San Giovanni, impareggiabile per il succo che se ne
trae, o da consumare in macedonia o trasformato nella classica
gelatina, favolosa per le crostate, ricco di vitamina C e quindi
tonico e digestivo.
Margherita dei prati è la
gloria dei campi, da tutti conosciuta e amata, può essere usata
fresca sulle piaghe a scopo cicatrizzante oppure secca, in
infusione, ottima per le congiuntiviti.
Achillea millefoglie, l’erba
apprezzata da Achille e dai suoi guerrieri per guarire le
ferite che, in infuso, è un buon tonico e aiuta a liberarsi
dai parassiti intestinali.
Infine la preziosa Salvia di
cui si dice «Perché dovrebbe morire l’uomo che ha la salvia nel
suo giardino?».
La si trova anche selvatica nei prati, ma l’officinale è così facile da coltivare ed è così potente che non bisogna esitare a piantarla nel proprio orticello. Insostituibile come tonico e stimolante, è pure un ottimo digestivo.…e le venti sorelle in ordine alfabetico
La si trova anche selvatica nei prati, ma l’officinale è così facile da coltivare ed è così potente che non bisogna esitare a piantarla nel proprio orticello. Insostituibile come tonico e stimolante, è pure un ottimo digestivo.…e le venti sorelle in ordine alfabetico
Angelica,
Biancospino, Borragine, Celidonia, Genziana, Issopo,
Lavanda, Maggiorana, Malva, Melissa, Menta,
Mirto, Nasturzio, Pimpinella, Piantaggine,
Regina dei prati, Rosmarino, Semprevivo
dei tetti, Timo e Verbena.
Erbe tutte piuttosto note e
utilizzate nella fitoterapia per le loro comprovate virtù
intrinseche, cui la notte di San Giovanni aggiunge un sapiente
tocco di sorprendente potere in più, arricchendone i già
meravigliosi doni naturali che Madre Terra ci offre
spontaneamente.
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