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martedì 5 gennaio 2021

IL CALENDARIO DEGLI ALBERI, MITICI ANTENATI DEGLI UOMINI



C'era un tempo in cui gli uomini videro negli alberi i propri antenati pensando di originare addirittura da essi e li venerarono come Dei non solo per i doni di cui potevano fruire - frutti, fiori, foglie, legno, riparo dal caldo e dal freddo - ma soprattutto perché dagli alberi si ricavava nutrimento, rimedi contro le malattie e i principi di ogni sapere, terrestre e soprannaturale. I boschi e le foreste erano luoghi di vita animale e umana, antiche metropoli naturali dove ebbe inizio lo sviluppo di ogni civiltà e cultura. A partire dal calendario degli Alberi, una sorta di compendio di tutte le conoscenze possibili, uno di quei sistemi mnemonici indispensabili nelle civiltà di tradizioni orali, in uso sia nel mondo classico dei Greci e dei Latini sia nelle popolazioni barbare d'Europa, in particolare dei Celti. Basato sull'anno lunare di tredici mesi in cui ogni mese è di ventotto giorni come il nostro febbraio, unico sopravvissuto forse perché coincidente col momento delle grandi purificazioni precedenti l'equinozio di primavera. Da qui sarebbe ripartito il ciclo della fertilità e della rinascita della natura, per un totale di successivi 364 giorni attribuiti, a seconda del periodo, a un certo tipo di albero. Ce lo riporta uno dei maggiori studiosi della materia, lo scrittore francese Jacques Brosse, autore di importanti opere in merito a quel calendario da lui definito una 'enciclopedia selvaggia' per la molteplicità dei contenuti culturali in esso racchiusi:

dal 24 dicembre al 20 gennaio alla Betulla o Beth

dal 21 gennaio al 17 febbraio al Sorbo o Luis

dal 18 febbraio al 17 marzo al Frassino o Nion

dal 18 marzo al 14 aprile all'Ontano o Fearn

dal 15 aprile al 12 maggio al Salice o Saile

dal 13 maggio al 9 giugno al Biancospino o Hath

dal 10 giugno al 7 luglio alla Quercia o Duir

dall'8 luglio al 4 agosto all'Agrifoglio o Tinne

dal 5 agosto al 1 settembre al Nocciolo o Coll

dal 2 settembre al 29 settembre alla Vite o Muin

dal 30 settembre al 27 ottobre all'Edera o Gort

dal 28 ottobre al 24 novembre al Tiglio o Peith

dal 25 novembre al 22 dicembre al Sambuco o Ruis

il 23 dicembre (vigilia del solstizio d'inverno) al Tasso o Idho (l'albero della morte)

il 24 dicembre (solstizio d'inverno) all'Abete rosso o Ailm (l'albero del parto).

E' evidente il significativo scorporo di queste due date, apposta per sottolinearne l'importanza. Due giorni consecutivi che indicano rispettivamente la fine e la ripresa del ciclo naturale apportatore di fertilità per la vegetazione e di fecondità per animali e uomini. Indissolubilmente legati al moto solare e alla luce, pilastri di un'antica sapienza anticipatrice delle scienze moderne che, nell'osservazione e nella misura, hanno segnato il tracciato verso la cognizione attuale del mondo che ci circonda e non solo. Dalle scienze alle lettere: l'Abete rosso o Ailm con l'iniziale 'A' apre l'anno ma anche l'Alfabeto, così come le altre quattro vocali legate a quegli alberi scelti per segnare i passaggi celesti. La 'E' di Eadha (Pioppo bianco) per l'equinozio d'autunno, la 'I' di Idho (Tasso) per chiudere l'anno solare, la 'O' di Onn (Ginestra o Ginestrone) per l'equinozio di primavera e la 'U' di Ura (Erica) per il solstizio d'estate.

Va da sé che nel calendario dei Greci molti degli alberi tipicamente nordici erano sostituiti da specie mediterranee: invece dell'Ontano era il Corniolo di Cronos - dio del tempo, il Biancospino era sostituito dal Pero di Era, l'Agrifoglio dal Leccio di Pan - dio della Natura, il Nocciolo o Corilo dal Noce di Core-Persefone, il Sambuco dal Mirto di Afrodite - dea della Bellezza e al posto della Betulla, all'inizio dell'anno, c'era l'Olivo di Atena - dea della sapienza.

E proprio delle betulle, in una delle sue più belle poesie, Alda Merini (1931-2009) immagina“Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici,/e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano/ o diventano sogni./ Pensa che in un albero c'è un violino d'amore./ Pensa che un albero canta e ride./ Pensa che un albero sta in un crepaccio/ e poi diventa vita./ Te l'ho già detto: i poeti non si redimono,/ vanno lasciati volare tra gli alberi/ come usignoli pronti a morire”.

Dunque il ricordare la grande presenza degli alberi, non solo nel passato ma tutt'ora nell'inconscio collettivo, non è un'operazione nostalgica. E' semmai un richiamo al rispetto per i nostri amici verdi, abitanti del pianeta sempre meno considerati e pertanto abbattuti senza pietà spesso in modo dissennato. Magari per far posto al cemento e a costruzioni assai più remunerative per i proprietari di quei terreni strappati alla loro naturale destinazione con scopi certo meno nobili del giusto bisogno di case, scuole, edifici pubblici, strade e altro, di cui l'architettura ci ha nei secoli meritatamente dotati.


martedì 23 giugno 2020

I MAZZOLINI 'portafortuna' di SAN GIOVANNI




Il racconto dei mazzolini di erbe usati per propiziare la sorte e allontanare il malocchio ha radici antiche legate ancor prima del San Giovanni, grande ricorrenza di ogni estate, innesto cristiano di riti pagani dedicati al sole. Si festeggia pochi giorni dopo il solstizio, la giornata più lunga dell'anno che cade il 20, come quest'anno, o il 21 giugno. E' proprio in questo breve lasso di tempo, tre/quattro giorni durante i quali il sole sembra 'sostare nel cielo' all'apice del suo ciclo, che l'effetto benefico dei suoi raggi su piante e fiori si fa più potente.

Nel calendario contadino il momento magico era dato anche da quella che veniva detta Luna delle erbe o Luna d'estate, in corrispondenza al novilunio del mese di giugno, una congiunzione astrale foriera di energie rigeneratrici per la terra ma soprattutto per quelle erbe, e sono la maggior parte, il cui tempo balsamico cade proprio nel periodo solstiziale. Ed è proprio in quel mitico incontro di sole e luna che le piante, officinali e medicinali, sembrano esprimere al massimo i propri aromi e presentano la più alta concentrazione di principi attivi in esse contenuti.

La notte della vigilia, ritenuta magica fin dall'antichità e preludio alla Festa in cui tutte le energie della luce e del fuoco, delle acque e dell'aria diventano sinergiche, momento di grande fertilità per uomini, animali, lo è soprattutto per la vegetazione protagonista di svariati riti. L'erba vecchia vien bruciata attraverso i suggestivi falò o fungalere che illuminano la notte sulle colline prealpine, mentre le erbe nuove, raccolte al massimo della loro valenza energetica e al meglio delle loro virtù curative, assumono una valore aggiunto diventando benauguranti di abbondanza, ricchezza e fortuna, vere e proprie difese dai più temuti guai della vita, almeno per un anno intero.

Si diceva che il mondo femminile potesse avvalersi delle ‘Erbe di San Giovanni ’ per ogni esigenza. Nei tempi passati le giovani spose, proprio la mattina di San Giovanni, si aggiravano nude per i campi per rotolarsi nell'erba intrisa di rugiada, certe che questo bagno nella natura le avrebbe rese più fertili e capaci di generare prole con maggior facilità. Per le ragazze nubili era usanza porne un mazzetto sotto il cuscino la sera della festa per ottenere sogni profetici e presagi sul futuro amoroso e degli affetti in genere.

Di solito il mazzolino 'portafortuna' era scaramanticamente composto da erbe in numero dispari , mediamente di sette o nove, reperibili in loco. Non poteva mancare il luminoso Iperico (Hypericum perforatum L.) dai fiori a cinque petali di un impareggiabile giallo splendente, l’Erba di San Giovanni per antonomasia, molto usato nella medicina popolare perché ricco di molteplici proprietà toniche, stimolanti e antidepressive superiori a quelle dei più noti farmaci di sintesi. La Lavanda o Lavandula spica, nome che deriva dall'uso di aggiungerla all'acqua in cui lavarsi, amante dei terreni sassosi e aridi nelle Alpi Marittime, nel Cuneese e in Provenza, con i minuti fiori blu-violetti da essiccare per profumare la biancheria, anche detta Spighetta di San Giovanni, calmante e antisettica. E poi tra le altre aromatiche del luogo, la Mentuccia, digestiva e lievemente afrodisiaca, la Verbena, antidolorifica e per facilitare il parto, la Camomilla selvatica, lenitiva e schiarente per capelli. Malva, Salvia, panacea di ogni male di cui si dice 'come può morire chi ha la salvia nel proprio orto?', Viola e Rosmarino, annoverate anche tra le erbe per “l'acqua di San Giovanni” che le nonne preparavano esponendo alla luna, in una bacinella con acqua di sorgente, fiori e foglie per ottenere, nella notte miracolosa, salute, bellezza, fecondità e lunga vita. Sempre dedicate al Santo, da cui prendono anche il nome, l’Artemisia comune (Arthemisia vulgaris) o Corona di San Giovanni e l'Arthemisia Absinthium, più nota col nome di Assenzio (detta anche Cinto de San-Jan) dalle proprietà sedative della quale si narra che fosse stata donata alle donne da Artemide per regolarne il ciclo e aiutarle nei parti difficili, invece vietata alle puerpere durante l'allattamento perché conferiva al latte un sapore sgradito ai neonati. L’Edera terrestre (Hedera Helix) o Cinghia di San Giovanni, rampicante comune su muri, rupi e tronchi d'alberi con nere bacche velenose, adoperata solo per uso esterno in pomate e tinture per capelli, o per rafforzare i legami amorosi, nascosta sotto il letto matrimoniale assicurava ai coniugi eterna fedeltà reciproca. E infine l'elegante e misteriosa Felce (Dryopteris filix-mas)) che, pur priva di infiorescenze, è nota nella leggenda come il mitico 'fiore d'oro' della notte di San Giovanni: i suoi semi porterebbero ricchezza e abbondanza a chi li trova o addirittura aiuterebbero a scoprire un tesoro.





















sabato 20 giugno 2020

Rosa al solstizio





Giugno la vide
e se ne innamorò,
luglio la colse
per intrappolarla,
agosto schiuse
nei rami di sabbia,
settembre volse
la sua volta al cielo,
ottobre a pezzi
non poté sognarla,
novembre un giglio
rubò di conchiglia,
né mai dicembre
come gennaio
mesi di ghiaccio
lenir speranza,
febbraio e marzo
la luna nuova,
rosa d'aprile
senza un perché,
poi maggio bianco
rivolle ancora
finir la danza
d'un sogno al sole.

(Aleluyas de Iunio)



mercoledì 3 giugno 2020

Torna il Papavero tutto 'seta e fuoco'



Dopo anni in cui se ne era persa traccia a causa dei diserbanti, i rossi papaveri son tornati nuovamente a infestare festosamente i nostri campi! Meno fitti e invasivi di quando eravamo bambini, e nemmeno folti come li dipinse Monet (era il 1873) leggiadri e scossi dal vento ad Argenteuil. Meglio che niente, purché il nostro amatissimo papavero, il Papaver rhoeas L. “intensamente semplice, intensamente floreale, tutto seta e fuoco” come lo descrisse John Ruskin, sia di nuovo discretamente presente e ci rassicuri che l'estate, nonostante i disastri climatici, è sempre 'la bella stagione'. Assai rari i papaveri bianchi o viola-rosati, rarissimi i gialli delle specie 'P.alpinum', sono invece i comuni papaveri selvatici a prendersi la scena tra luglio e agosto. Con impalpabili corolle rosso fuoco a quattro larghi petali macchiati di scuro dai tanti stami nerobluastri, ondeggiano sui pelosi fusti colmi di lattice tingendo di allegria i terreni più poveri e i campi assolati. Anche noti come rosolacci, 'li rousello fan faire de gros iòu i galino' si diceva in Languedoc ai tempi di Mistral, e anche paraplèu. In occitano anche 'Donno' (Sampeyre) con alcune varianti nelle varie vallate alpine: Dono, Madono (Aisone), Bela dona (Argentera), Madonna, Madonne, Fiore della madonna (Chiomonte), Dona (Entracque), Cara madonno (Monte Rosso Grana), Signora (Novalesa), Madone rosse (Oncino), Madonne (Piasco), Madone (Villar Pellice), ( Atlante Linguistico Canobbio & Telmon ).
A Boves il 'guinness' per la dizione più stramba: Donapapala, come ci segnala il prezioso glossario di Fausto Giuliano e A.Ruiu. Forse un ricordo della medicina popolare che proponeva il papavero come blando decotto bechico e sedativo da mescolare perfino alla pappa dei neonati, per farli dormire quando d'estate le donne andavano a lavorare le campagne oltre a sbrigare le faccende domestiche. E proprio dal celtico 'papa' sembra origini il suo nome. Infatti tra le prerogative del Papavero comune, e non soltanto del tipo P. somniferum, spontaneo in Asia con proprietà narcotico-stupefacenti, vi è quella di aiutare la distensione e indurre il sonno in chi ne faccia uso, caratteristiche che l'hanno associato nell'immaginario popolare a difetti quali pigrizia, misantropia e mollezza di carattere.
In occitano l'attribuzione di questa erbacea alla figura femminile si riferisce sicuramente alla straordinaria fertilità del fiore che mediamente produce da diecimila a ventimila semi, vitali per circa 40 anni, germinanti su stimolo luminoso in autunno. Quanto al richiamo sacro alla Madonna osserviamo come, in men che non si dica, boccioli e capsule di papavero possono esser trasformati, con un po' di abilità manuale e di fantasia, in graziose 'madonnine' . Talvolta per motivi ludici (chi non ha mai giocato da piccolo a creare bamboline e ballerine rovesciando la corolla a mo' di gonnella per evidenziarne la capsula a mo' di busto di damina ?) ma soprattutto nelle tradizioni folcloriche popolari per addobbi ed ornamenti con funzioni apotropaiche.
Il papavero non ha profumo ma dai suoi petali ricchi di antociani si ricava una tintura rossa usata molto per i tessuti. Colore del fuoco e simbolo del potere, stigmatizzato nella leggenda romana da Tarquinio il Superbo che fece abbattere i papaveri più alti del suo giardino quale monito verso i cittadini che avevano osato minare il suo regno. Stessa strategia resa popolare molti secoli dopo nella canzonetta “Papaveri e papere”, classificatasi al secondo posto al Festival di Sanremo del 1952, in cui i politici vengono paragonati a 'papaveri' che 'son alti, alti, alti'. In cucina, luogo di poteri meno arroganti e certo più intriganti, del papavero sono usati i minuscoli semi per aromatizzare pane e dolci oltre che per trarne dalla spremitura un olio con notevoli qualità dietetiche. Anche le foglie primaverili stufate costituiscono un originale ingrediente per farcire sfiziose focacce e crèpes, oppure semplicemente come raffinato contorno per carni o altro, ottimo sostituto dei più affermati spinaci. Apprezzabile seppur meno noto è il delizioso liquorino fatto con petali di papavero e cannella, gradevole da sorseggiare dopo una cenetta, possibilmente in casa, poiché oltre che digestivo è anche lievemente soporifero.

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domenica 17 maggio 2020

BIANCOSPINO, L'ALBERO DI MAGGIO


Il Biancospino coi suoi densi corimbi bianco-rosati 'dall'aria distratta' immortalata da Proust così come quel suo inconfondibile profumo 'untuoso' delicato ma non sempre da tutti gradito, fiorisce di maggio. Il mese che i Celti vollero dedicare, nel loro Calendario degli alberi, proprio a questo familiare arbusto dalle spine chiare e dai fusti intrecciati. Alba spina, come lo chiamarono i Romani, appartiene alla famiglia delle Rosacee con il termine linneiano Crataegus, dal greco Kratos cioè Forza, a motivo della durezza del legno e della longevità della pianta.
Cresce spontaneo in tutte le Valli alpine, nelle macchie, siepi e cespugli, fino a circa 1200 metri di altitudine, nelle due specie: 'monogyna' la più comune e 'oxyacantha' la più utilizzata in medicina. Straordinarie sono le sue proprietà sedative e cardiotoniche (Huchard) per il riequilibrio dei battiti e della pressione arteriosa, sia bassa che alta, tanto da essersi meritato il titolo di 'amico del cuore'.
Capace di attraversare i secoli - come dimostra l'esemplare di Boquetot in Alta Normandia felicemente arrivato a seicento anni con una circonferenza che supera i due metri - alla Pianta del Biancospino era dedicato 'Hat', il sesto mese dell'Anno lunare celtico (composto di 13 mesi e 328 giorni) che iniziava il 13 di maggio, giorno consacrato appunto al Biancospino, per durare fino al 9 giugno.
Albespin o Albespi, come nell'antica poesia di Guilhèm de Peitieus, più noto come Guglielmo d'Aquitania (1071-1126), il primo trovatore di cui si abbia notizia. L'incipit che la titola si richiama alla primavera:
'Ab la dolchor del temps novel...' e alla terza sestina recita ' Accade al nostro amore come al ramo del biancospino...'
In occitano: 'La nost'amor va enaissi co la brancha de l'albespi / qu'esta sobre l'arbre tremblan / la nuoit, a la ploja,/ tro l'endeman, que'l sols s'espan / per la feuillas verz el ramel”. Meravigliosa la versione in occitano antico interpretata da un evocativo Brice Duisit accompagnato dalla viella o ghironda (You Tube).
Varie e numerose le dizioni occitane per questo assai citato arbusto : Aguhiansìer (Elva), Blanziflour (Limone P.te), Bosou (Roccavione-Robilante), Barbatoni e Bòssu (Ostana), Gueut (Valli Lanzo), Pruset (Germanasca), Aoubéspi (Gard), Obopino (Limoges), Espin e Espina nell'antico provenzale, tanto per proporre le più curiose per la maggior parte legate alle parlate locali o a testi poetici popolari. Pianta ursina da cui l'antica dizione alpina di 'piccole pere dell'orso' riferita ai frutti.
Nella tradizione cristiana si pensava che la corona di spine di Gesù Cristo fosse fatta col biancospino, di qui il suo legame alla Madonna a cui venne consacrato, anche come simbolo di purezza per i suoi fiori bianchi i cui stami rossi ricordavano le gocce di sangue versate nella crocefissione. La figura della Madonna é anche una trasposizione cristiana della ritualità pagana legata all'antica dea Maia, regina del mese di Maggio, periodo in cui si praticava la purificazione attraverso la castità per propiziare fertilità di uomini, animali e campi in vista del periodo solstiziale di San Giovanni. E, proprio a questi fini rituali, i rami di biancospino erano anche usati nelle feste di nozze e per l'Albero di maggio, detto il 'Maggio'. 'Planta lou mai' si diceva quando nel medioevo veniva innalzato come augurio di futura prosperità per l'annata a venire nei villaggi (Trésor). Ricoperto spesso di decori che alludevano all'erotismo o legati alla sessualità, attorno a 'lou mai', simbolo fallico, si danzava e si faceva festa. Assunto nella Rivoluzione francese come 'Albero della libertà', in Francia tra il 1789 e il 1792 vennero piantati più di 60.000 alberelli di Crataegus.
Come per tutti gli alberi sacri la loro distruzione veniva ritenuta, nella leggenda, pericolosa e foriera di disgrazie, mentre tra le doti protettive attribuitegli nel mondo contadino, la più nota era quella di salvare dai fulmini e dai danni delle tempeste. Sacro alle Fate, insieme a frassino e quercia, costituiva una 'triade' ad esse dedicata, perciò nei luoghi dove le tre piante crescevano insieme, si credeva fosse possibile incontrare o vedere le magiche creature dei boschi.

(da 'A San Giovanni tutte le erbe sono sante' su tutti i siti online:Amazon,Feltrinelli,Mondadori,euro 3,99)


domenica 10 maggio 2020

lunedì 27 aprile 2020

Mamma coi narcisi!






Oggi mamma farebbe 100 anni! Qui ne aveva venti...abbracciata ai narcisi, i suoi fiori preferiti.
Ti pensiamo sempre.

martedì 7 gennaio 2020

LA REGINA DEI FIORI DI MONTAGNA

La Stella Alpina o Steiletto, regina dei fiori di montagna.

“Ogni volta che l’incontro capisco come ogni essere, pianta o animale, altro non sia se non luce materializzata … ma non oso coglierla perché mi pare un’apparizione miracolosa, un’incarnazione terrestre di una stella celeste, un’esplosione di luce pura col bianco dei suoi petali e il giallo solare dei fiori nei capolini”
Così scrisse Cattabiani nel suo “Erbario simbolico” a proposito della Stella alpina.
E certo non avevamo saputo ammirarla come lui, noi che la prima volta in cui la vedemmo dal vivo eravamo ragazzi, in un’estate di tanti anni fa sulla cima del Sautron durante una camminata con gli amici. La scorgemmo in una fessura di roccia, in quel briciolo di terra di cui si accontenta per crescere fra luglio e agosto.
Non ricordo se allora la raccogliemmo oppure no, ma di certo oggi non avremmo potuto farlo: è specie protetta assai rara, da sempre considerata la “regina dei fiori di montagna” proprio perché cresce nelle zone alpine più difficili da raggiungere, anche oltre i tremila metri di altitudine.
Capace di sviluppare meccanismi di protezione che le consentono di sopravvivere a sbalzi termici anche molto elevati e ad alti livelli di radiazioni solari, il piccolo fiore appartenente alla famiglia delle Asteracee pare una stellina di pezza grigia argento, un po’ pelosetta per resistere a temperature alpine molto rigide. Non teme eccessive perdite d’acqua e questo particolare tradisce la sua originale provenienza da regioni calde ed aride.
In occitano Steiletto (Pons Genre) e Immortèla (nella variante occitano-bernese), mentre il suo nome scientifico Leontopodium, che in greco significa “piede di leone”, si riferisce alla forma del fiore che ricorda vagamente l’impronta artigliare del “re della foresta”.
Popolarmente è a tutti nota come Stella Alpina o Edelweiss, quest’ultimo termine dal tedesco “nobile bianc”’ venne usato fin dall’Ottocento nei paesi germanici come nome proprio femminile che si festeggia il primo novembre.
“Cogliere l’Edelweiss”, nelle regioni alpine di lingua tedesca, divenne un sinonimo di ardimento e audacia. “Verso l’edelweiss” ovvero “De cap tà” è un canto occitano bernese composto nel 1978 e ormai appartiene al repertorio tradizionale, come inno alla libertà e all’amore del proprio paese. Nel suo refrain ripete “Haut, Peiròt, vam caminar, vam caminar,/ De cap tà l’immortèla,/ Haut, Peiròt, vam caminar, vam caminar,/ Lo paìs vam cercar.”
Nonostante il sentimento di familiarità che ci lega alla nostra Stella alpina, anche per il grande fascino delle eroiche vette in cui essa trova il proprio spazio vitale, la sua icona popolare ci pare un po’ troppo sfruttata dai marchi pubblicitari (di abbigliamento, birra e altro .. perfino sull’euro austriaco), che ne hanno banalizzato l’immagine, come non avrebbe meritato se l’avessimo potuta ammirare soltanto in natura, nella sua purezza e semplicità esemplare.
Forse a causa della difficile reperibilità, la piantina non è mai stata neppure molto usata dalla medicina popolare, salvo che in Tirolo per il trattamento dei dolori addominali e per la tosse.
Di recente ad alcuni suoi componenti, isolati nella radice (fitosteroli, aminoacidi, flavonoidi, ecc.), sono state però riconosciute importanti proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e antibatteriche. Soprattutto nella cosmesi per la cura delle tanto temute rughe intorno agli occhi, segno tangibile di vecchiaia in questa società che non sopporta la decadenza fisica e sempre più tende a inseguire il mito di Pan.
Eletta a simbolo del coraggio per lo sprezzo del pericolo che dimostra chi vuol raccoglierla, la Stella alpina, secondo l’erboristeria magica avrebbe il potere di rendere invisibile chi la indossa. Tra le tante leggende che l’accompagnano, la più nota e sconsolante è forse quella della Regina delle nevi, bella e pura per non aver potuto realizzare il suo amore proibito di potersi unire all’uomo di cui era follemente innamorata, solo perché lui era un mortale.
Di qui la trasformazione/punizione ad opera degli dei, in fiore, l’ Edelweiss appunto che nasce in luoghi irraggiungibili per gli esseri umani.
Un insegnamento ambiguo o forse un dis-insegnamento. Certo un pratico avvertimento che nella vita chi aspira a ciò che non può raggiungere deve poi ripiegare sul concreto. Vale a dire che “il meglio è nemico del bene”.
Gloria Tarditi

domenica 15 dicembre 2019

IL MAGICO AGRIFOGLIO DI BUON AUGURIO!


L'agrifoglio, re del solstizio invernale, di buon augurio
E' l'albero del solstizio invernale, Holly King, così come la quercia era la Signora dei mesi caldi, Oak King.
Re Agrifoglio che simboleggia il sole al declino e Re Quercia, il sole in ascesa, entrambi protagonisti, in lotta l'uno contro l'altro, nella festa celtica precristiana di Yule il cui rituale consisteva, com'è probabile, in una veglia nella notte più lunga dell'anno, dal tramonto all'alba successiva, per essere certi e rassicurarsi che davvero il sole risorgesse ancora. Agrifoglio, dal greco 'agria' letteralmente 'selvatico', detto anche Aquifoglio, Alloro spinoso o Pungitopo maggiore, in occitano ha moltissime dizioni che cambiano di luogo in luogo: Agrevon, Agréu, Gréulo, Grevol. Grefol o Grifol, Grifou (Mistral, Le Trésor). Houx in franco-provenzale, in inglese Holly, da cui prende il nome la celeberrima americanissima Hollywood -bosco di agrifogli- mitica città del cinema ( una magia anche questa...dei nostri tempi!). Per il brillante color rosso delle sue vivaci bacche l'agrifoglio, fin dai tempi dei Saturnali nell'antica Roma, intorno al 17 dicembre, venne usato per riti propiziatori così come, a partire dall'Irlanda, a Natale in tutto il mondo occidentale, un ramo di agrifoglio è messaggio di pace e prosperità.
Inconfondibile per le lucidissime foglie coriacee di un bel verde vivo, con o senza spine a seconda dell'occorrenza! Recenti studi avvalorano infatti l'ipotesi che sia la pianta stessa a scegliere, a seconda della situazione, foglie più o meno spinose -o addirittura lisce- variandole talvolta di ramo in ramo. Una 'risposta molecolare alla pressione ambientale' come efficace strumento di difesa dagli animali selvatici (National Geographic). In questo contesto l'agrifoglio, simbolo di fertilità e vitalità, per i suoi aculei considerato uno 'scaccia-spiriti maligni', in memoria di ataviche usanze sacrali sopravvissute e rivisitate ancor oggi nelle feste pagane, religiose e domestiche, nel mese di dicembre. Così come la tradizione del ceppo natalizio, delle candele augurali e delle luminarie, riti che ci consegnano ancor oggi un messaggio di gioia e di speranza: il ritorno della luce che sembra sconfiggere l'intensa oscurità stagionale e prefigura la prossima rinascita, allontanando incertezza e sgomento nel momento in cui la vita si fa più dura per il freddo ed il buio.

lunedì 18 novembre 2019

IN AUTUNNO IL COLORE DELLE FOGLIE





Lo chiamano 'foliage', un termine dal dolce suono onomatopeico - parrebbe francese invece il vocabolo è inglese - per raccontare la caduta delle foglie, quasi una metafora della stagione 'malinconica' che invita al silenzio e alla solitudine ma in cambio regala tempo per riflettere, meditare e creare. Fonte inesauribile di ispirazione poetica e artistica, da Van Gogh a Schiele, da Dante Alighieri ai Contemporanei, 'una foglia al vento che ondeggiando si allontana come un sospiro', evoca un desiderio di vagabondare nei boschi e nei giardini, ormai mete turistiche ambìte dove ammirare l'incantevole spettacolo della natura in metamorfosi e la caducità del tempo.
Frassini, Carpini, Aceri, Larici, Betulle, Ciliegi selvatici, Faggi e Ontani, un po' come succede alla fine della festa prima dell'ultimo scoppio dei fuochi d'artificio, nell'autunno che precorre la stagione del buio (sia del cielo che dell'anima perché la minor luce solare influisce negativamente su alcune sindromi depressive dette SAD), ci regalano un trionfo di colori da spiazzare la più vivace delle tavolozze.
La scienza ci ha spiegato che il colore non è una proprietà intrinseca dell’oggetto visualizzato ma nasce da impulsi di onde elettromagnetiche sulle cellule nervose dell'occhio e del cervello, attivate dall’intensità dell’illuminazione. Non tutti lo percepiamo allo stesso modo ed è difficile stabilire le reali differenze, da individuo a individuo, fintanto che esse non si acuiscano a tal punto, come nel caso del daltonismo, da rivelare oggettive problematiche nel distinguere una gradazione dall’altra, se non addirittura nello scambiare un colore per l'altro. Sappiamo anche che gran parte degli animali non sa cosa sia il colore o lo vede in altro modo rispetto agli esseri umani. Il perché le foglie da verdi diventino gialle o rosse, riguarda poi un processo dovuto alla diminuzione della clorofilla e all'aumento di pigmenti, operato dalla luce solare che regola il ciclo vitale dei vegetali. Carotenoidi e antociani a parte, Goethe scriveva :“agli uomini il colore dona grande diletto”, ponendo l’accento su uno degli aspetti più attrattivi di ciò che si osserva e si interiorizza.
La medicina popolare ha sempre utilizzato i colori per accrescere l'energia vitale o alleviare alcuni disturbi favorendo la guarigione dalle malattie. Oggi la ‘Cromoterapia’, che è una branchia avanzata dell'antica scienza naturale, se ne avvale ancora attraverso diversi metodi applicativi come l’irradiazione, la cromopuntura e la cromodieta, per stimolare le capacità autoriparatrici dell’organismo. In base al loro effetto i colori vengono definiti ‘caldi’ come il rosso, il giallo e l’arancione - che stimolano tonicità e energia - oppure ‘freddi’ come l’azzurro, l’indaco e il blu - che calmano e rilassano -. Il verde, colore della natura per antonomasia, viene collocato al centro dello spettro della luce e rappresenta il punto di equilibrio indispensabile al benessere. Ad ogni colore corrisponde poi uno stato emotivo da cui si deduce la tendenza inconscia di ciascuno in base all’analisi delle proprie preferenze, che possono cambiare nel corso dell'esistenza. Il Nero è il colore dei momenti di passaggio e di trasformazione: per questo gli adolescenti lo indossano con tanto accanimento. Il Bianco indica un desiderio di novità e cambiamento per superare legami costrittivi, il Verde caratterizza la perseveranza e la fiducia in se stessi, il Giallo favorisce la lucidità di coscienza, l’estroversione e i contatti emotivi. Il Blu assicura a chi lo usa un senso di calma, pace e appagamento mentre il Rosso, colore del sangue, risveglia la passione e accresce l’energia vitale.
Così, disvelando l’anima, il colore può riequilibrare l’armonia perduta, premessa necessaria al benessere psicofisico non solo di chi ha modo e tempo per vagare nella natura ma perfino di chi è costretto a vivere la maggior parte del tempo in un contesto urbano. Basterà un vaso di fiori, un manifesto o una parete dipinta, purché se ne catturi l'emozione e il messaggio con stupore e leggerezza, amorevolmente. 

(G.T. da 'Il Dragone' ottobre 2019)















mercoledì 31 luglio 2019

Domani è agosto...


AGOSTO

Controluce a un tramonto
di pesca e zucchero.
E il sole all’interno del vespro,
come il nocciolo in un frutto.
La pannocchia serba intatto
il suo riso giallo e duro.
Agosto.
I bambini mangiano
pane scuro e saporita luna.


Federico Garcia Lorca

giovedì 21 marzo 2019

venerdì 8 marzo 2019

LA MIMOSA, ANNUNCIO DI PRIMAVERA, FESTEGGIA LE DONNE


Con minuto fiorire, gialla irrompe la mimosa” recita Ungaretti. E' il primo fiore che dalla Riviera giunge a noi, abitanti della fredda zona pedemontana, come un segnale rassicurante: la primavera non tarderà ad arrivare anche qui. Quel giallo oro che la contraddistingue condensa, nelle piccole e globose infiorescenze, il colore e l’energia solare che tanto ci sono mancati durante l’inverno.
Popolarmente note come mimose,  raggruppate in soavi mazzetti per la Festa delle donne, i racemi fioriti provengono invece dall'Acacia dealbata, sempre della numerosa famiglia delle Mimosacee, originaria della Tasmania, presente nei giardini d’Europa solo dal 1820. Facile da coltivare nelle zone temperate, forte della sua rusticità è ormai quasi spontanea in Provenza dove, per luce e colore, è stata musa ispiratrice di tanti artisti. Il suo inconfondibile effluvio viene estratto per la maggior parte a Grasse, capitale europea dei profumi. Là si produce un “assoluto di mimosa” usato nelle preparazioni dei più raffinati marchi francesi come il celeberrimo Chanel n.5, reso mitico da Marilyn Monroe quando comunicò al mondo di cospargersi con qualche goccia di quel 'parfum' prima di coricarsi.
Chi volesse bearsi dello splendore di queste piante, di cui esistono centinaia di varietà, potrà percorrere i 130 chilometri lungo la 'Route du Mimosa' nel periodo della fioritura degli alberi, celebrato in Costa Azzurra quasi come in Giappone l'Hanami dei Ciliegi. La strada si snoda attraverso fragranti foreste e incantevoli paesaggi dove fare tappa, tra Grasse e l'antico villaggio medievale di Bormes les Mimosas.
Simbolo di rinascita del ciclo vegetativo dopo la morte apparente rappresentata dall'inverno, la mimosa è la pianta della resurrezione.
Icona floreale per la Giornata internazionale della donna, nel dopoguerra proprio a Roma nacque l'usanza di regalarne un rametto per la festa, così come si faceva il Primo maggio esibendo all'occhiello l'emblematico garofano rosso. Il dono del rametto di mimosa è perciò 'made in Italy'.

dall'ebook 'A San Giovanni tutte le erbe sono sante'



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