domenica 4 marzo 2018

IL BUCANEVE, fiore della speranza.


Dopo i rigori invernali uno dei primi confortanti indizi che ci comunicano una timida ma sicura ripresa del ciclo vitale in natura, è un piccolo fiore bianco campanulato dalle affusolate foglie glauche nastriformi di rara eleganza. E' il Bucaneve, piantina perenne alta dai dieci ai quindici centimetri, appartenente alla famiglia delle Amarillidacee, che insieme a ellebori, ciclamini e crochi, anticipa l'allegria della primavera. Il suo nome, come evidente, corrisponde del tutto all'operazione connessa al suo schiudersi che avviene bucando letteralmente il terreno nevoso.
Per fortuna ancora presente allo stato spontaneo nei prati e boschi delle Alpi Marittime fino ad altitudini di tutto rispetto (1800 mt), non appena la temperatura si rialza, con il tepore, emana un dolce effluvio lievemente mielato. Grazie a questo sottile profumo è cibo apprezzato dalle api che insieme alle formiche concorrono all'impollinazione ed alla risemina di questo prezioso gioiellino botanico.
Una primavera senza bucaneve porta un'estate senza frutti” recita un detto contadino che attribuisce a questo fiore un presagio di fertilità per le stagioni a venire. L'aspetto delicato e perfino umile, accentuato dal candore dell'infiorescenza pendula, non deve però celare l'incredibile forza insita in questa piccola bulbosa che spinge precocemente le sue foglioline appuntite per emergere alla luce attraverso il suolo ancora indurito dal gelo.
Fiorisce da febbraio ad aprile il Galanthus nivalis, nome botanico dal greco 'fiore di latte e delle nevi' perché allude al candore, alla purezza e alla 'Dea Bianca', l'antica icona della fecondità che ci riconduce alla Luna, alla Terra e alle Stagioni. Anche detto Galantino e Foraneve, rappresenta la speranza e la tenacia nel persistere della vita vegetativa nonostante la stagione avversa, perciò simbolo della consolazione come narra la leggenda che lo vorrebbe creato da un angelo pietoso per riportare sorriso e luce alla disperata Eva cacciata con Adamo dal Paradiso terrestre.
Freidolina a Oncino e Chouqueto a Monterosso, nelle parlate occitane, protagonista di leggende e favole con trasfigurazioni letterarie evocate dai numerosi soprannomi popolari quali Stella del mattino, Lacrima bianca, Goccia di neve, Campanello del lupo, Fiore della purificazione e Campana della Candelora. In questi ultimi due, in particolare, vien conferito al Bucaneve il titolo di 'fiore del due febbraio', giorno in cui le donne, secondo il folclore, ne avrebbero fatto largo uso per adornarsene in segno di purezza. Da Imbolc, celebrata dai Celti per il primo risveglio della natura dedicato alla dea-madre Brigit, fino alla Candelora dei Cristiani che cade quaranta giorni dopo la nascita di Gesù come 'Festa della purificazione' della Vergine dopo il parto, questo fiore era uno dei principali addobbi nelle chiese.
Come spesso avviene per il gioco delle ambivalenze, il Bucaneve è stato considerato, soprattutto nella tradizione anglosassone, anche un 'fiore dei morti' assai diffuso nei cimiteri vittoriani, forse perché, come prodotto erboristico, il Galanthus è considerato moderatamente velenoso.
Dosi eccessive di preparati a base di questa pianta possono dare effetti tossici con importanti sintomi di bradicardia e ipotensione. Pertanto se ne sconsiglia l'uso 'fai da te' mentre in medicina, appositamente trattato in dosi minime, viene indicato soprattutto come analgesico e curativo per il morbo di Alzheimer grazie a un alcaloide in esso contenuto, la galantamina, che ha destato vivo interesse fra studiosi e ricercatori fin dagli anni Cinquanta, perché capace di contrastare il deterioramento cognitivo proprio della malattia neurologica che si è largamente estesa in questi ultimi decenni in tutto il modo occidentale.
Di questa semplice ma pregiata bulbosa molti sono gli estimatori e i collezionisti in tutto il mondo che ne ricercano e apprezzano le numerose varietà, in gran parte cultivar delle venti specie esistenti in natura, visitando social networks e mercati tra i quali la famosa Fiera floricola denominata London Early Spring Plant Fair, dedicata al Bucaneve e organizzata dalla Royal Horticultural Society, che si svolge ogni anno in Inghilterra.








mercoledì 31 gennaio 2018



 Quest'anno il cespuglio di rosmarino addossato alla roccia esposta a sud, sopra la casa di Fifina, è già tutto blu di fiori. Qui in Liguria si sa che i tempi di fioritura sono spesso anticipati a febbraio o marzo, ma trovarlo adesso, insieme alla dorata grazia delle mimose invernali, le 'Gauloises', con emozionanti cromie che rimandano alla grande pittura degli Impressionisti, a gennaio mi sembra davvero eccezionale.


IL ROSMARINO profuma l' anima della terra.

La forza del Rosmarino - che sta bene nell'orto e nel giardino - è la straordinaria capacità di troneggiare, selvaggio o coltivato che sia, in diversi ambienti accontentandosi di terreni aridi purché soleggiati. Il suo habitat originario è marino, da cui il nome 'rugiada di mare' o 'rosa marina', ma non c'è orto collinare o montano che non lo veda sovrano purché ben esposto al sole e al riparo dal freddo, magari accostato a un muretto o nel cortile vicino alla soglia domestica. In questo caso tradizione vuole che l'esplicito messaggio a chi passa sia: 'in questa casa comandano le donne'.
In vaso o in piena terra l'arbusto perenne spicca con regale eleganza per la graficità delle lucide e lineari fogliette di un bel verde scuro, e per il portamento altero dei suoi piccoli rami, eretti o striscianti che siano. Affascinante e sinuoso quando riveste muri a secco in campagna o nelle profumate siepi dove le sommità di minute corolle azzurro-blu, mescolate a rose e ginestrelle con cui nelle zone alte condivide il periodo di fioritura tra maggio e giugno, creano odorose combinazioni di grande fascino.
Anticamente, con straordinaria capacità visionaria, si pensava che il penetrante profumo del Rosmarino contenesse 'l'anima della terra', perciò i terreni in cui esso proliferava erano considerati sacri e protetti da negatività di ogni tipo. Carlo Magno, nel “Capitulare de villis” dell'anno 812, lo fece elencare fra le 74 piante orticole da coltivare, ordinando di metterne di ogni specie nei poderi delle sue numerose regge.
Delle piante aromatiche e medicinali di più antica origine e provata efficacia 'Rosmarinus officinalis' ha ben meritato nel tempo il significato di 'balsamo consolatore' vista la molteplicità delle sue indicazioni per la cura di svariate affezioni: asma, bronchiti croniche, infezioni intestinali, epatismo, reumatismi, emicranie, vertigini e disturbi nervosi.
In quest' ultima prescrizione concorre a rafforzare il senso di identità e l'energia spirituale. E' la 'pianta del ricordo', di cui narrò poeticamente Shakespeare, ma recenti studi avvalorano le sue proprietà di migliorare la memoria, soprattutto quella a lungo termine: la cosiddetta 'memoria prospettica' utile per ricordare gli impegni futuri.
Delle Labiate, tra le altre specie che un po' gli assomigliano - issopo, lavanda, santoreggia - condivide le doti mellifere che conferiscono al prezioso prodotto dell'alveare un sapore particolarmente gradevole, del tipo ' miele di Narbonne', raccomandato dalla medicina popolare per 'rachitici, tisici e debilitati'. Pane, burro e miele, una golosa merenda e un ricostituente di cui noi, bambini del secolo scorso, abbiamo uno squisito ricordo.
Fresco o seccato 'l Rusmarin o Romarin, dal Piemonte alla Provenza, non ha eguali in cucina per i sughi e per insaporire selvaggina o ogni tipo di carne. Insuperabile con pesce, arrosti e bolliti, nel carpione e nel ragù, e in tutti quei piatti prelibati resi più leggeri e digeribili da quella sua inconfondibile nota di freschezza. Tuttavia proprio per il notevole aroma, ricco di canfore e resine che poco concedono ad altre spezie, si consiglia di usarlo 'con parsimonia'. Proprio per questa abbondanza di oli eterei, fin dalla notte dei tempi era bruciato come incenso disinfettante o per le preparazioni alchemiche degli 'elisir di eterna giovinezza'.
Simbolo di ''Vita eterna”, il sempreverde da sempre utilizzato per mantener freschi i cibi grazie alle comprovate proprietà antisettiche e antiossidanti dell'acido rosmarinico, nell'antichità veniva posto anche sulle tombe dei propri Cari.
Con il suo legno si sono realizzati, fino al Medio Evo, strumenti musicali come mandole e viole.
Nella tradizione popolare il rosmarino, insieme a Lavanda, Mentuccia e Iperico, è tra i principali ingredienti della rituale pozione che vien preparata, alla vigilia di San Giovanni durante il solstizio d'estate, mettendo a macero le erbe aromatiche in acqua sorgiva ed esponendole 'en plein air' all'energia cosmica di luna e stelle. Nel pensiero magico, l'Acqua o Rugiada di San Giovanni dona vitalità e fertilità a chi ne fa uso e, soprattutto alle donne, assicura bellezza e salute per l'intero anno a venire.


venerdì 29 dicembre 2017

AUGURI DI BUON 2018!

Per un CAPODANNO che ci faccia fiorire!
da Pablo Neruda 
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell'anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.”

martedì 5 dicembre 2017

IL VISCHIO pianta sacra di buon augurio per l'anno nuovo.

Nel passaggio rituale dall'anno vecchio al nuovo, tra gli addobbi festosi nelle nostre case non dovrebbe mai mancare un ramo di lucente vischio, segno della vita che continua.
'Viscum album', un miracolo della natura che spicca nei boschi invernali, sui rami spogli, come un verde decoro impreziosito dai tondeggianti chicchi lunari argentei o dorati a seconda dell'albero su cui si adagia: meli, peri, abeti,roveri, querce che supportano questo particolarissimo parassita, anzi semiparassita perché non si nutre solo di linfa ma anche di clorofilla.

Tradizione vuole che lu vesc o visc (in occitano e in piemontese) dispensi fortuna, sicuro traghettatore senza scossoni e guai, dal passato al futuro. Le credenze popolari attribuiscono infatti alle umide bacche del vischio la capacità di creare legami duraturi grazie alla collosità dei loro umori che, per analogia, farebbero da collante nei rapporti interpersonali...rendendoli indissolubili per almeno un anno intero!

Pianta aerea e solstiziale per eccellenza, evocativa di antichi riti solari, veniva considerata, come tutti i sempreverdi, simbolo dell'immortalità e della perpetua rigenerazione, doni che l'umanità scaramanticamente ha sempre vagheggiato nei momenti di cambiamento. Ritenuto un dono degli dei poiché, non avendo radici a terra, la sua origine appariva misteriosa e quindi celeste, si credeva che il vischio fosse originato dal fulmine e quindi ne possedesse le proprietà di 'fuoco divino', mito studiato dall'antropologo J. Frazer nel suo libro più importante 'IL RAMO D'ORO'.

Adorato dalle popolazioni gallico-celtiche, in particolare il vischio quercino venne eletto a panacea di ogni male. Già Plinio il vecchio ci racconta come gli antichi sacerdoti celti, i Druidi abbigliati di lino bianco, ne ritualizzassero la raccolta e per preservarne tutta la magia facevano uso di strumenti preziosi color del sole, falcetti e bacili d'oro, e non lasciavano cadere i rami a terra, ma su un candido lenzuolo disteso, per proteggere il vischio e mantenerlo incontaminato.

Una pia tradizione cristiana narra che originariamente il vischio sarebbe stato un albero vero e proprio ma poiché il suo legno venne usato per la Croce della Passione di Gesù perse le qualità della specie e si ridusse alla inferiore condizione 'vampiresca' di pianta senza radici in terra.

A poco a poco venne poi reintrodotto in Chiesa come segno di pietà e di tolleranza universale, e si tentò anche di coltivarlo a scopi erboristici. Le indicazioni terapeutiche più rilevanti riguardano il suo uso ipotensivo e diuretico, grazie alle proprietà vasodilatatrici naturali capaci di abbassare la pressione arteriosa e favorire il circolo.

In Valle Roja, incantevole sito tra i più antichi d'Europa che unisce le Alpi Occidentali al mare, la natura selvaggia offre ancora la possibilità di raccogliere o almeno di vedere sugli alberi il vischio ormai quasi ovunque protetto. Si tratta infatti di un infestante, ma non per questo meno prezioso, diffuso nei luoghi più incontaminati e quindi sempre più introvabile. Come coltivarlo o farlo crescere è impresa non facile, visto che la sua riproduzione naturale avviene ad opera degli uccelli, soprattutto dei tordi ghiotti di queste bacche, che trasportando i semi da un ramo all'altro danno l'avvio allo sviluppo delle nuove piantine.

E che dire del bacio degli innamorati sotto il vischio? Questa dolce ritualità pare si sia diffusa a partire dall'Inghilterra dei Tudor e degli Stuart. Ma l'augurio più intenso per il brindisi di Capodanno ci viene, ancora una volta, dalla Provenza. E' lo scrittore Frédéric Mistral, con un richiamo ai valori della vita secondo la saggezza popolare, che ci ha tramandato questo augurio. “Diéu nous fague la gràci de/vèire l'an que vèn,/ E se nous sian pas mai, que/noun fuguen pas men”.


mercoledì 22 novembre 2017

L'ALCHECHENGIO, un lanternino acceso nell'orto di fine estate.

 
Egon Schiele, Autoritratto con alchechengi
I colori della collina autunnale ci compensano della lenta ma continua riduzione della luce solare diurna ed è un' incredibile sorpresa, ogni anno come un regalo inatteso, quando nell'orto di campagna e lungo la piccola siepe del muretto di casa, in mezzo al fogliame già cadente, cominciano a spiccare intensamente quei lanternini di un bell'arancio vivo che ci restituiscono l'illusione dell'estate piena anziché agli sgoccioli.
Sono gli straordinari frutti dell'Alchechengio o Alicacabo (l'halikakabos descritto da Dioscoride) o Chichingero, dall'arabo al-kakang o lanterna cinese. Physalis Alkekengi nella dizione scientifica, 'fusalis' ovvero 'bolla' o 'vescica' che, proprio in attinenza alla forma ma soprattutto alle sue proprietà, viene anche denominata Vescicaria, indicata nella medicina naturale proprio come depurativo delle vie urinarie, soprattutto per chi soffre di gotta, renella o calcoli renali, nonché come antiossidante e fonte di vitamine.
E' una Solanacea, come il pomodoro e la patata, ma la sua unica parte commestibile è la bacca autunnale, piccola, tonda e lucida, di colore intenso, avvolta nell'involucro a palloncino cui si confà il delizioso termine francese di 'amour-encage' ovvero 'amore in gabbia'. Anche nota per la sua forma come ciliegia d'inverno, cérèy'so d'amour, cérèy'so dis jusioous (Mistral) e, sempre in Provenza, 'érbo di serp'. Forse quest'ultima in riferimento alla sua radice rizomatosa che striscia sotto terra con grande vigore propagando la pianta di anno in anno.
Il fiorellino bianco e poco appariscente, spesso confuso con quello della fragola, sboccia tra primavera e estate a seconda dell'altitudine. Ma il culmine dell'esuberanza di questa pianta molto decorativa si esprime proprio in ottobre quando le bacche colorate, racchiuse nel lampioncino cartaceo rosso-arancio, evocano un'incredibile festa di luce esorcizzando l'arrivo dei mesi più bui.
Come sostengono la Cromologia o psicologia del colore, nonchè la Cromoterapia, già nota fin dagli antichi Egizi per la cura di alcuni disturbi psicosomatici attraverso applicazioni di luce colorata, le tonalità calde dei rossi, gialli o aranciati, stimolano emozioni che aumentano la tonicità dell'organismo. Migliorano infatti l'attività muscolare e quella circolatoria, regolatrici di pressione sanguigna, frequenza cardiaca e respiratoria, con un buon incremento dell'energia vitale, proprio quella che in autunno tende invece normalmente a regredire all'unisono con il letargo della natura.
Molto usati come decorazioni ornamentali nelle ricorrenze di Hallowen e un po' più in là nelle festività natalizie per la vivacità del loro colore benaugurale, i Palloncini, altro nome con cui sono conosciuti gli alchechengi, se essiccati a testa in giù e privati delle foglie durano per lungo tempo e regalano a mazzi e composizioni un tocco di stile.
Apprezzati dagli artisti li troviamo in molti quadri che raffigurano 'Nature morte'. Il pittore viennese Egon Schiele, tra i principali esponenti dell'espressionismo, accostò un ramo di alchechengi al suo volto, forse una metafora, nel celebre ed inquietante 'Autoritratto' del 1912.
In Francia al momento della vendemmia si preparava, con le stesse modalità del vino d'uva, un vino d'Alchechengi dal gusto gradevole e dalle comprovate proprietà diuretiche.
Il sapore delle bacche ricchissime di vitamina C (ne contengono circa il doppio del limone), a metà tra quello dei lamponi e degli agrumi, non sempre è gradito perché un po' aspro quando i piccoli frutti non sono ancora del tutto maturi. Diventa invece una prelibatezza in abbinamento con il cioccolato fondente.
Il procedimento, piuttosto semplice, consente persino il 'fai da te' casalingo. Per servire uno squisito dessert si può scegliere di intingere direttamente i piccoli frutti a ciliegina nel cioccolato già precedentemente sciolto (un po' come per la bagna cauda è meglio se si fa in compagnia) tenendoli per il calice risvoltato in su in modo da non scottarsi.
Oppure, raffreddati, trasformarli in deliziosi dolcetti al cioccolato da disporre su un piatto a mo' di bon bon in vista delle festività di fine anno. Sublime per chi ama gusti esotici e sapori insoliti.








mercoledì 5 luglio 2017

LAVANDA, la Spighetta di San Giovanni



Lavanda è il nome di una pianta ma è anche il nome di un colore e di un profumo. Un tris di attributi perfettamente integrati nel fiore 'lavando o levando, labando, lauandro, alebandro, bondo, bounto' (occitano-provenzale di Mistral), tipico della Provenza che, per tutta l'estate, ci regala larghe distese di un particolare blu-violetto cui si sono ispirati artisti come Cézanne, Matisse, Gauguin, Van Gogh.
Fiorisce tra giugno e luglio azzurrando il paesaggio con il suo intenso colore che par d'essere là dove è mappata la Route de la lavande, un itinerario da favola tra antichi borghi provenzali, un imbattibile target culturale e turistico. Messo a rischio anni fa da una malattia che aggredì alcune specie del lavandin, ibrido naturale tra L.angustifolia ( espic) e L.latifolia (badafa, coltivato a partire dagli anni '30 per la sua resistenza agli sbalzi climatici e per la ricchezza di oli essenziali) causando danni non soltanto economici ma paesaggistici a questa straordinaria terra di luce e fragranze, culla madre della lavanda di qui diffusasi in tutto il bacino del Mediterraneo e successivamente nell'Est d'Europa fino alla Tasmania e poi in Canada.
Lavandula angustifolia o officinalis, la labiata di origine mediterranea, è di casa anche nelle nostre meravigliose valli cuneesi dove cresce spontanea fino e molto oltre i mille metri (1800 nelle Cozie). Comune nelle Alpi Liguri (resa celebre da uno spot radiofonico degli anni '60 che reclamizzava la 'Coldinava ...vicino alle stelle'), naturalizzatasi poi anche in Val Gesso in quei terreni più esposti al sole, ha trovato una vera e propria rinascita, tra le nuove colture, a Andonno e in altri territori del Parco Naturale Alpi Marittime dove, nei secoli scorsi, era una risorsa economica per molte famiglie che festeggiavano il momento del raccolto in agosto (in occitano “Ai temp d'l'izòp”). Dal Piemonte la lavanda confluiva poi a Grasse, capitale dei profumi, dove si recava gran parte della popolazione partendo dalle nostre povere vallate per trovar lavoro come mano d'opera, soprattutto nell' agricoltura.
La coltura della lavanda, riproposta da un po' d'anni in Alta Langa a Sale San Giovanni, nel periodo della fioritura crea un paesaggio evocativo: terra chiara e fiori blu, del tutto simile a una piccola Provenza piemontese.
La suggestione persiste anche perché il nome popolare della pianta, detta Spighetta di San Giovanni per la tipica forma raggruppata delle sue minuscole infiorescenze che spiccano su fusti eretti tra le foglie lineari e cinerine, ricorda il Santo delle Erbe. E' infatti tra le principali aromatiche per l’Acqua di San Giovanni insieme a rosmarino, iperico, ruta, artemisia, salvia, verbena, mentuccia e tutte quante le buone erbe che si raccolgono, in concomitanza con il loro tempo balsamico, nel periodo solstiziale estivo.
Il folclore vuole che questa magica pozione si prepari la notte antecedente la festività del 24 giugno, mettendo a macero i vegetali raccolti in luoghi incontaminati, disposti in un bacile colmo di acqua sorgiva, all'aperto. L'esposizione alla luna e alla rugiada del mattino, secondo l'antica tradizione alchemica arricchirebbe l'acqua di quei benefici straordinari principi posseduti da erbe e fiori in quel preciso momento dell'anno, tramutandola in un potente lavacro per dar splendore e salute alla pelle e scaramanticamente offrire un anno d'amore e felicità a chi ne faccia uso.
Pianta dal temperamento generoso, rispettosa nei confronti della flora che la circonda, la rustica e spartana lavanda si accontenta di terreni poveri e sassosi, di poca acqua, e si espande moderatamente in modo da non soffocare le esigenze vitali delle altre specie circostanti. Un esempio di sobrietà che la natura ci offre a modello per quella 'decrescita felice' di cui si teorizza in questi anni di crisi economica e non solo.
Splendida mellifera, il suo aroma eccezionale attrae le api che producono uno tra i mieli più pregiati, dal gusto delicato utile rimedio per mal di gola e stress.
Nel nord dell'Algeria le donne cantavano“Salute Lavanda” perché si credeva che questo fiore le avrebbe protette contro i maltrattamenti dei mariti (A.Cattabiani), mentre le sposine timorose e immature, impaurite da prestazioni sessuali rozze o indesiderate, contavano sull'effetto rilassante e anti-panico delle spighette profumate che nascondevano sotto i cuscini. Forse anche per questi effetti sedativi le nostre nonne amavano immensamente la sua inconfondibile fragranza? Verrebbe da sorridere se i tremendi episodi che ci propone la cronaca ogni giorno non facessero rivalutare questa virtuosa essenza raccomandata per squilibri e disturbi nervosi come 'malinconia, nevrastenia, irritabilità, spasmi e insonnie' (J.Valnet), superficialmente e genericamente liquidati in passato come 'crisi di tristezza delle donne'.
Simbolo di purezza e verginità, tante e preziose sono le acclarate proprietà analgesiche e antisettiche della Lavandula (nome scientifico dal gerundio latino di 'lavare') a ribadire le qualità detergenti di fiori e foglie che, essiccate in sacchettini d’organza negli armadi di casa e nei cassetti, quando ancora la chimica non aveva preso il sopravvento, conferivano un lieve profumo agreste alla biancheria, lenzuola e asciugamani, preservandola dalle tarme.
Assai pregiati il sapone alla lavanda e l'Esprìt de lavando, qualche goccia su un fazzoletto di lino o cotone, in caso di lievi malori, stress, o per tener lontani raffreddori e mal di testa.
Potente antisettico per la pulizia della pelle, la disinfezione e contro le punture di insetti, è indicata dal dott.Valnet, tra i massimi esperti mondiali di Fitoterapia, per più di una ventina di disturbi e affezioni che riguardano le vie respiratorie quali asma, pertosse, bronchite, influenza, ecc., per le quali rappresenta una vera panacea.
Da sottolineare anche le proprietà antivenefiche ben note nella tradizione dei cacciatori alpini che, quando i loro cani venivano morsi dalle vipere, stropicciavano un po' di lavanda tra le dita e la strofinavano sugli animali neutralizzando in tal modo il veleno.
In cucina, sull'onda della 'green philosophie' che rivaluta il genuino e naturale, è tornata alla ribalta per dolci da forno, biscotti e brioches, o per profumare piatti di salumi o altri cui dona un tocco di soavità.
Gli usi magici della lavanda, come si faceva in passato, riguardano le intrinseche proprietà, attribuite alla pianta, di allontanare malocchio e streghe, ai cui malefici si cercava di sottrarre soprattutto i bambini, nonché all'acclarato potere di allungare la vita a chi 'regolarmente l'annusasse' (S. Cunnigham).

dall'ebook 'A San Giovanni tutte le erbe sono sante'