mercoledì 21 settembre 2022

SETTEMBRE di Attilio Bertolucci

Chiaro cielo di settembre/ illuminato e paziente/ sugli alberi frondosi/ sulle tegole rosse/ fresca erba/ su cui volano farfalle/ come i pensieri d’amore/ nei tuoi occhi/ giorno che scorri/ senza nostalgie/ canoro giorno di settembre/ che ti specchi nel mio calmo cuore/ (da “Sirio”, 1929)

lunedì 5 settembre 2022

Nel bosco dell'anima

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Riscoprire d'estate il fascino dei boschi L'estate calda e siccitosa ci ha fatto largamente apprezzare il fascino antico del bosco, luogo dell'anima, meno gettonato rispetto ad altre mete turistiche più variegate, ma ideale per trascorrere serene ore di vacanza nei giorni lunghi e afosi. Nel bosco per camminare contemplando, in una sinergia ideale, gli alberi, habitat di tanti mondi animali e vegetali. Faggi, castagni, querce, betulle e pini ma anche sambuchi, salici e gaggie, per non parlare dell'ormai onnipresente alianto, piante che generosamente crescono e si infoltiscono per difendersi insieme, l'una con l'altra, dai venti forti proteggendo dal sole il sottobosco, umido al punto giusto per funghi, muschi e altre creature. 'Il bosco dove gli alberi si tengono compagnia' (grazie Adriana B.) e dove, aggiungiamo noi, ci tengono compagnia: quella vera, fatta di silenzi e sussurri più che di parole, di luci e ombre sempre pronte a rischiararsi con un soffio d'aria, di profumi e incontri inaspettati, di scoperte e sorprese che ci illuminano il cuore e ci spingono ad andare avanti, oltre la siepe. Con un occhio al divertimento e l'altro alla salute, problema non del tutto risolto in questo infinito strascico di pandemia, è al bosco che si vorrebbe tornare per il piacere di rivivere la magia di un tempo antropologico, 'sacro e circolare', riportato alla ribalta attraverso iniziative naturalistiche e culturali che incontrano il favore di giovani e meno giovani. Conifere e latifoglie, sempreverdi o no, grande è la varietà di alberi e arbusti nel nostro bellissimo territorio alpino, di qua e di là il confine, fin lungo il versante marino, quello più sognato e desiderato da 'noi che siamo un po' così quando vediamo Genova', come sostiene il mitico Paolo Conte. Il bosco, come la vita, non facile da percorrere, è ormai un'attraente meta del turismo verde, palestra per la conoscenza della natura e non solo. Abbracciare un albero non è solo un gesto infantile che ci gratifica ma scarica perfino dalle tensioni e dà energia positiva almeno come un buon successo. Così ci son state svelate le intelligenti connessioni sotterranee delle radici, il più incredibile sistema di comunicazione resiliente, indispensabile alla sopravvivenza di specie, che ha tanto da insegnare a noi umani, ahimè sempre meno umani. Dal nostro piccolo castagneto domestico al grande parco alpino, è buona regola portar rispetto alla terra che si calpesta. Un basilare abbecedario ci insegna come alcuni semplici comportamenti servano a non danneggiare le piante. A non raccoglierne ad esempio tutti i fiori o a non asportare rocce, minerali e tanto meno resti fossili e reperti archeologici. A non recare disturbo agli animaletti selvatici, se si ha la fortuna di incontrarli, avvicinandoli senza far rumore, con cautela, evitando la presenza dei propri animali da compagnia, cani o gatti o altri che potrebbero spaventarli. Mai accendere fuochi o campeggiare dove non previsto e soprattutto mai lasciare segni del nostro passaggio. Il bosco è anche cultura come si deduce dalla vastissima storia degli alberi, dai loro usi nell'alimentazione e nella medicina popolare, nonché dalle credenze che hanno originato un'antica saggezza fatta di osservazione e sperimentazione quando forse non si sapeva ancora che quelli erano i parametri. Così scrive Jacques Brosse, enciclopedista francese di grande curiosità intellettuale, a proposito della Fitoterapia: “una scienza antichissima che ha cessato di essere incompatibile con quella moderna da quando la biochimica ha finalmente spiegato che l'ombra del noce potrebbe essere funesta, perché la corteccia del salice protegge dai reumatismi, o come mai la linfa della betulla elimina l'acido urico.” James Hillmann, psicoanalista americano erede di Jung, era solito curare i suoi pazienti non nel classico studio medico bensì a passeggio nei boschi che riteneva luoghi quanto mai benefici per 'fare anima', basilare per la guarigione di quelle patologie che riteneva si potessero trattare attraverso 'immagini' tali da indurre alla 'consapevolezza'. Antesignano della letteratura verde è il romanzo 'Vita nei boschi' di H.D.Thoreau, pubblicato per la prima volta nell'agosto del 1854, in cui l'autore sviluppa nell'arco di due anni, due mesi e due giorni, la sua ricerca di un rapporto di fusione con la natura per realizzarsi interiormente e 'riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici'. (Gloria Tarditi su DRAGONE agosto 2022)

venerdì 19 agosto 2022

SULLA PAZIENZA di Rainer Maria Rilke Bisogna, alle cose, lasciare la propria quieta, indisturbata evoluzione che viene dal loro interno e che da niente può essere forzata o accelerata. Tutto è: portare a compimento la gestazione – e poi dare alla luce… Maturare come un albero che non forza i suoi succhi e tranquillo se ne sta nelle tempeste di primavera, e non teme che non possa arrivare l’estate. Eccome se arriva! Ma arriva soltanto per chi è paziente e vive come se davanti avesse l’eternità, spensierato, tranquillo e aperto… Bisogna avere pazienza verso le irresolutezze del cuore e cercare di amare le domande stesse come stanze chiuse a chiave e come libri che sono scritti in una lingua che proprio non sappiamo. Si tratta di vivere ogni cosa. Quando si vivono le domande, forse, piano piano, si finisce, senza accorgersene, col vivere dentro alle risposte celate in un giorno che non sappiamo.

martedì 5 aprile 2022

I FIORI DELLA 'PRIMAVERA' DI BOTTICELLI

E dopo quasi tre anni di pandemia avevamo sognato una primavera straordinaria, non soltanto dal punto di vista meteo ma per la rinascita che ci si aspettava dopo malattia, morte, impossibilità di lavorare e studiare, così come avevamo fatto tutti a scuola con le compagne e i compagni. Non sembra andare in questo modo purtroppo, a causa della orribile guerra scatenata a fine febbraio da Putin, che ci coinvolge non soltanto emotivamente, sia per la vicinanza geografica all'Ucraina, invasa e martoriata, sia per la difesa di quei valori democratici per i quali molto era già stato dato nella seconda guerra mondiale. Uno scontro di civiltà, violento e inaspettato, 'ripugnante' come l'ha definito Papa Bergoglio, che ci fa arretrare su terreni scoscesi e pericolosi...ma la primavera non si ferma. E per esorcizzare il male di chi vuole privarci della bellezza, si vada alla fonte. A ristorarci è la Primavera delle primavere, il meraviglioso quadro di Sandro Botticelli, datato presumibilmente al 1482, anno del matrimonio tra Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici con Semiramide Appiani. Capolavoro assoluto che ci fa sentire quanto arte e cultura ci aiutino a superare i momenti difficili. Oltre alle sei mitiche figure femminili, con il ventre leggermente gonfio nella dolce e perfetta curva della stagione della fecondità, protagoniste del dipinto sono le innumerevoli specie vegetali rappresentate. Gran parte di esse, come annotato negli studi fatti, sono tipiche della Toscana per l'evidente scelta del Botticelli di raffigurare esclusivamente quelle al fine di valorizzare il patrimonio botanico dei giardini della Villa Medicea di Castello, residenza alla quale la Primavera era destinata. Un importante contributo a questo proposito è arrivato, nel 1984, dal direttore dell’Orto Botanico di Firenze e del Museo Botanico dell’ateneo fiorentino che, terminato il restauro del dipinto, colse l’occasione per approfondirne gli studi. “La componente botanica” sottolineava Guido Moggi “costituisce uno degli elementi più appariscenti e caratterizzanti dell’opera. Vi sono infatti rappresentate numerose specie, alcune corrispondenti a piante vere, altre a elementi più o meno immaginari o stilizzati”. Il maggior numero di esse sono presenti nel leggiadro prato su cui si muovono, come in una danza, le figure protagoniste della scena, mentre minor risalto vien dato alle piante da frutto. Ciò con il preciso intento di celebrare il periodo dell’anno in cui dominano i fiori, in particolare i mesi di marzo, aprile e maggio. Altre divagazioni riguardano, ad esempio, ritratti di un fiore appartenente a una specie con le foglie di un diverso genere, oppure fiori e frutti insieme, come nel particolare degli alberi d'arancio portanti sia i frutti che le zagare. Ben circa 500 gli esemplari, dei quali una settantina sarebbero semplici ciuffi d’erba (graminacee e ciperacee). I restanti da dividersi in piante non fiorite, oltre duecento, e piante fiorite. Di queste ultime, riconosciute con certezza almeno centotrentotto riconducibili a circa trenta varietà differenti. Sul prato leggiadro più numerose sono le margherite, che compaiono cinquantacinque volte, e le viole, quarantasei volte, entrambe crescono spontanee, quanto mai emblematiche della bella stagione e simboli d’amore. La margherita con il tipico gioco del ' m'ama o non m'ama ' per scoprire se il proprio sentimento è ricambiato dall'amante, e la viola sacra aVenere che, alla sua nascita, sarebbe stata incoronata proprio con profumate mammole. Troviamo poi una gran varietà di fioriture diverse ai piedi della stessa Venere, che compare avendo alle spalle un grosso cespuglio di mirto, pianta a lei sacra. Ci sono tante rose, la maggior parte quelle che Flora, la Primavera, porta in grembo e sparge sul prato. Sotto i piedi della dea c'è l'elleboro, fiore che si credeva potesse prolungare la giovinezza, attributo di Venere, o che curasse la follia. E si sa come l’amore, soprattutto se non corrisposto, possa indurre in tale stato d’alterazione. Accanto all’elleboro si vedono fiori di viperina azzurra, antico rimedio al morso del serpente, che fiorisce agli inizi di maggio, ulteriore rimando al matrimonio di Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici. Poi farfara o tossilaggine, fragole, muscari, papavero, fiordaliso e altri fiori profumati come gelsomino e giacinto. Iris, nigella, ranuncoli, fiori dappertutto sul bellissimo abito di Flora Mater e sul volto dell'incantevole Chloris, ninfa greca campestre insidiata da Zefiro. Sacralità e vitalità insieme, nelle affascinanti figure preposte al risveglio primaverile o, come poeticamente recita Ovidio, a tutto ciò che deve sbocciare 'quae rebus florescendis praest' ,'la gioventù, i sensi amorosi e le belle speranze'.

sabato 8 gennaio 2022

IL GELSOMINO GIALLO INVERNALE RE DELL'EPIFANIA

Un prodigio della natura che si ripete ogni anno, tra gennaio e febbraio. Quando meno te l'aspetti nell'orto o nel giardino addormentati e irrigiditi dal gelo lo ritrovi splendido con una cascata di vividi fiorellini giallo-dorati inondanti luce solare. Riscalda i rigori dell'inverno il nostro Jasminum nudiflorum, ancor più suggestivo e quasi surreale se rivestito di neve o di ghiaccio a cui resiste fino ai meno quindici sotto zero. La dizione scientifica ne sottolinea la peculiarità: gli eleganti e sottili rami nudi, verdi zampilli campestri, si ricoprono di fiori prima che compaiano le piccole e ben disegnate foglie ovali che perdureranno poi per tutto l'anno. Rustico e paziente, più noto come Gelsomino giallo, Gelsomino di San Giuseppe o Gelsomino invernale, là nell'angolo dove è stato relegato vicino alla colonna del portico, esposto a sud ovest nella sua posizione preferita, senza particolari attenzioni e cure rallegra, sinuoso e vivido, i mesi più grigi dell'anno ed accoglie la primavera, 'ying chun hua', come si dice in Cina, terra dove pare abbia avuto origine. Diffusosi in Europa, sicuramente fin dal '700, le Jasmin d'hiver in Francia e the winter Jasmin in Gran Bretagna, ha un profumo lievissimo che quasi non si percepisce e per questo viene classificato come inodore a differenza del più noto e pregiato Gelsomino bianco estivo che condivide con la rosa lo scettro delle eccellenze olfattive. Sovrano a Grasse, in Provenza, capitale europea dei profumi, dove gli altissimi costi di produzione - per ottenere un kg. di essenza assoluta occorrono circa 7 milioni di fiori - portano a un netto calo del prodotto naturale. Utilizzato soltanto dalle marche più famose e costose, via via sostituito da fragranze artificiali a scapito della qualità. In Oriente viene abbinato al tè per renderlo più dolce e gradevole. In aromaterapia l'olio essenziale di gelsomino bianco viene utilizzato come antidepressivo ad effetto lievemente afrodisiaco, mentre nell'erboristeria magica i fiori essiccati aumenterebbero più l'amore spirituale che quello fisico (S.Cunningham). Figlio di un dio minore il 'giusmin gian o gimela' (Giamello) ha in comune con il 'giusmin bianch' l'appartenza alla famiglia delle Oleacee. Nella simbologia botanica però, mentre il fiore bianco è segno di amabilità, il giallo significa felicità. Oltre duecento le specie di questa pianta, tra cui si segnala l'endemico Chrysojasminum fruticans della Valle Roya, un'olacea dal fiore giallo non facilmente reperibile altrove. Mistral cita alcune fra le più note in Provenza: “Jaussemin-bastard, Jaussemin d'Espagno, Jaussemin-Fèr, Jaussemin-Jaune, Jaussemin-Sòuvage.” In occitano poi la dizione cambia a seconda delle zone: Jaussemin, Jausemin (d.), Jansemin (g.) Jassemin (viv.) Jasemin, Jaisemin, Daissemin, Diasemin (niç.), Jaussemi, Janchemin, Jensemil, Jenchemil (l.), Jansemi (d.), Yansemis (b.). Nell'inesauribile 'Lou Trésor dou Félibrige' troviamo alcuni detti curiosi relativi al Flour de jaussemin.“Li jaussemin” sono i primi capelli bianchi, e “vai faire cueie ti jaussemin pèr d'autre”, è un modo di dire per dissuadere un uomo attempato dal corteggiare una giovane fanciulla. Lou troubaire Jansemin, fu un soprannome adottato dal poeta Jacques Boé, nato e morto a Agen (1798-1864). E infine il motto “de jaussemin te courounes la tèsto” (A.Tavan) è un buon augurio che attraversa molteplici tradizioni culturali come si evince anche dai versi di un poeta indiano:“Un gelsomino in fiore sul capo/ del sandalo e dello zafferano sulla pelle/ una donna amatissima e attraente sopra il corpo/ tutto ciò è un'eco del paradiso terrestre”

lunedì 15 novembre 2021

'AUTUNNO' di Vincenzo Cardarelli

 



Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d'agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora che passa e declina,
in quest'autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.